Contro il coronavirus, temporeggiamo come Quinto Fabio Massimo

Qual è il vero significato dello “stare a casa” in questi giorni di epidemia da coronavirus?

Stare a casa è un’azione di difesa, ma anche di attacco nei confronti dell’invisibile invasore che ha cambiato le nostre vite. Qual è la situazione? C’è un nemico pronto a sopraffarci, a eliminarci, che ci ha già inflitto notevoli perdite; e si tratta di un nemico aggressivo e determinato, che dispone di armi micidiali.

Portando l’argomento in un ambito storico militare, dobbiamo fare alcune considerazioni per spiegare quanto sia importante agire di intelligenza per riuscire, tutti insieme, ad avere la meglio sulla forza del virus.

Quando un esercito si trova nella necessità di ingaggiare battaglia col nemico, di questo nemico, secondo la dottrina militare, deve capire il “DENA”, acronimo che sta per Dislocazione, Entità, Natura e Atteggiamento. L’esercito del coronavirus si trova dappertutto (D); è numerosissimo (E); è molto organizzato (N); è molto agguerrito (A).

Allo stato attuale, noi non possiamo fronteggiarlo, dandogli battaglia in campo aperto, soprattutto perché ci manca ancora l’arma più efficace per opporci alla sua virulenza: il vaccino. Quindi, niente solita vita, come se nulla stesse accadendo, “tanto siamo protetti”. Non possiamo neanche trincerarci e resistere in una guerra di posizione, aspettando i suoi attacchi, che ci annienterebbero; cioè non possiamo pensare di fronteggiare un tale pericolo, prendendo solo poche precauzioni, come se queste bastassero, continuando ad andare in giro e avendo stretti rapporti interpersonali.

Allora, che fare? Ci tocca valorizzare al massimo la nostra debolezza; di conseguenza, dobbiamo sparire e temporeggiare. Fare insomma, come Quinto Fabio Massimo, passato alla storia come “il temporeggiatore”, il condottiero che, durante la Seconda guerra punica, in Italia, dopo le sconfitte patite dagli eserciti di Roma, adottò, essendo più debole e meno organizzato, una tattica di attesa, non sfidando in campo aperto Annibale, ma tormentandolo con brevi e repentini attacchi; semplicemente, aspettando tempi più propizi. La guerriglia al posto delle grandi manovre campali.

Restare in casa significa darsi alla guerriglia contro il virus; eludere la sua forza, uscendo il meno possibile, senza farsi scovare. Fiaccarlo non offrendogli l’occasione di diffondersi; mentre, le nostre squadre di “commandos” di medici e infermieri lavorano, portando i loro piccoli attacchi (in gergo militare, si parla di atti tattici elementari) per salvare vite umane.

Stare in casa è, quindi, resistenza attiva; è lotta concreta non in campo aperto contro l’invasore coronavirus. Sfuggendogli e aspettando che perda la sua forza.

Restare a casa, quindi, a tutti i costi, per vincere.