Il Sud che non conosce il suo nome

Posted: 29th novembre 2012 by dallaterrallalunablog in Osservatorio
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Ci si interroga, ultimamente, su come il Sud possa tirarsi fuori dalla posizione minoritaria in cui è stato relegato nel contesto nazionale negli ultimi centocinquanta anni. E’ una domanda che, oggi, sono in molti a porsi; e si diffonde l’idea che quella del Mezzogiorno sia la storia di un abbandono, pur restando, a sentire alcuni, la convinzione che la responsabilità debba essere imputata ai suoi cittadini; non dimenticando coloro per i quali le regioni meridionali sono la palla al piede del paese. Dalle nostre parti sappiamo fare solo del vittimismo; ci piangiamo addosso, incapaci di riconoscere le colpe che abbiamo: questo ci viene sbattuto in faccia per zittirci, e a questo credono certi nostri conterranei; per non parlare di quelli che trasferitisi al Nord fanno a gara con le camicie verdi padane a chi sia più bravo a emulare le sparate di Bossi, Calderoli e Borghezio.
Sia al nord che al sud, per ragioni di segno opposto, in tanti pensano, comunque, che il nostro paese sia nato male. Noi crediamo che al momento dell’Unità d’Italia sia stata creata una nazione, nei fatti, divisa in due. Da una parte, il Centronord, dall’altra, il Mezzogiorno. Una che corre davanti, l’altra che insegue zoppicando; l’una ascoltata e riverita, l’altra vilipesa e rinnegata. Addirittura, una si è permessa di far nascere nel suo grembo un partito separatista, dichiaratamente razzista e xenofobo, lì, insomma, dove aveva preso slancio il progetto unitario dei cosiddetti fratelli d’Italia; l’altra, non avendo voce, è solo la terra del male, della mafia e della monnezza. Ma mafia, camorra e ‘ndrangheta hanno visto aprirsi molte porte proprio in terra leghista, senza neanche il bisogno di bussare.
Il Sud assistito e arretrato, però, è stato congeniale ai piani di coloro che non volevano che un altro sistema produttivo, nell’ambito dello stato unitario, fosse in competizione con quello del Nord, come ai tempi del Regno delle Due Sicilie. “I Meridionali non dovranno più intraprendere”, tuonò qualcuno, auspicando lo strangolamento della nostra economia. E fu emigrazione massiccia in una terra che prima del 1860 non l’aveva mai conosciuta. Nonostante tutto, pur essendo ridotto a colonia interna, con meno risorse, meno infrastrutture, meno di tutto, il Mezzogiorno ha dato il suo contributo affinché l’Italia diventasse una delle potenze economiche del mondo.
Come risorgerà il Sud?, è, quindi, la domanda.
Se totale resurrezione ci sarà, essa riguarderà solo il Sud. Autori importanti come Pino Aprile e Lino Patruno sostengono che la rinascita delle regioni meridionali sia già cominciata per merito di tanti giovani, felici di scoprire il senso di appartenenza e l’orgoglio che li lega ai luoghi in cui sono nati. Le radici, evidentemente, ritornano ad essere una dimensione del presente.
Nei più disparati settori, da quello produttivo al sociale, al di qua del Garigliano, starebbe fiorendo un fermento rivolto al mondo intero, grazie a internet e ai know how che questi ragazzi acquisiscono altrove. Ma il Mezzogiorno che vuole cambiare e alzare la testa, tuttavia, stenta a fare notizia perché non è monnezza e non è mafia, quindi non interessa ai giornali.
Se sono passi avanti, sono un atto di coraggio, figlio di una consapevolezza nuova; non ancora cammino impetuoso, ma la direzione è chiara: puntare a rompere le catene del pregiudizio, soprattutto quello che i Meridionali alimentano verso se stessi; imparare a raccontarsi nella parte migliore, senza badare a quanto pensano gli altri. Chi ci detesta – da un secolo e mezzo – non potrà mai dire bene di noi, per cui la partita è aperta con noi stessi.
Abbiamo il compito di fare sistema e cittadinanza attiva, amando le nostre città e prendendoci cura di tutto ciò che esse contengono, dai monumenti alle architetture dei centri storici, alle tradizioni; e scegliere finalmente uomini migliori da mandare nelle istituzioni. A tutto questo si dovranno incardinare le nuove generazioni, in modo che non debbano più credere di essere figli in una terra matrigna. Anzi, tutti insieme dobbiamo scoprire l’intimo nome dei nostri luoghi di origine, e imparare a pronunciarlo con orgoglio, dedizione, fiducia nel futuro. Mai più un Sud senza nome.

dallaterrallaluna

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