INTERVISTA Eugenio Bennato, musica e impegno per l’identità del Sud

di Redazione Sunday Radio

Un tempo era solo il fratello di Edoardo, il cantautore che sfornava dischi destinati a diventare classici della musica italiana. Eugenio Bennato, più schivo e meno dirompente di Edoardo, in realtà, era in cammino verso orizzonti artistici allo stesso modo importanti che, in più, si fondavano sulla paziente ricerca di tracce e volti nascosti nel passato del Meridione d’Italia. Storie da riscoprire per farne materia prima da cui trarre musica e un bel pezzo della nostra identità dimenticata.
Abbiamo intervistato Eugenio Bennato nei giorni scorsi.

Eugenio, la tua ricerca artistica costituisce un caposaldo nel processo in atto che persegue la riedificazione dell’identità meridionale.

“E’ un percorso parallelo. Io sono partito da ragazzo, seguendo una mia curiosità che mi portava ad andare nelle zone interne della Campania, mentre i miei coetanei facevano altre cose. Questo mi ha permesso di scoprire persone che ho eletto a miei maestri e, col tempo, per fortuna, lo sono diventati anche per altri, vedi i Cantori di Carpino; vedi Matteo Salvatore; vedi i maestri della Tarantella calabrese e della tarantella di Montemarano. Mano a mano, ho scoperto anche personaggi della storia, i cosiddetti Briganti, che per lungo tempo sono stati tenuti lontano da ogni citazione. Quindi, credo che la scoperta della musica del Sud vada di pari passo con la storia negata del Sud.”

Si pubblicano libri; se ne parla sui giornali e in televisione; si compongono canzoni e si mettono in scena spettacoli teatrali. Possiamo dire che il Mezzogiorno si stia guardando allo specchio con la voglia di parlare a se stesso e agli altri?

“Il primo risultato da raggiungere è l’abbandono del vittimismo e della rassegnazione. Io cito sempre Franco Cassano, autore del Pensiero meridiano, lo stesso Pino Aprile, con cui ho condiviso molti palcoscenici, e tanti altri, i quali sostengono che conoscere la storia significhi superare il lato negativo, appunto, del vittimismo e della rassegnazione, condizione che ci porta ad aspettare l’aiuto degli altri perché riteniamo di essere maledetti e non in grado di imporre un nostro pensiero. Quindi, scoprire la vicenda di alcuni uomini che furono bollati come Briganti, vuol dire capire la propria identità e mettersi in cammino per conquistare delle cose.”

Chi sono i Briganti di oggi?

“I valori del Sud, terra sempre vissuta come piena di difetti, si identificano con i Briganti. Ai miei concerti, vedo arrivare i ragazzi di oggi con gli striscioni che inneggiano a Ninco Nanco; ebbene, mi appaiono fieri di appartenere a questa terra e orgogliosi di condividerne la storia. Sono giovani che hanno intrapreso un perscorso importante. Detto questo, ci sono le frange nostalgiche, che non mi interessano. Io penso a un Sud che si integri nello sviluppo non solo dell’Italia ma della cultura mondiale, perché Taranta Power, i Cantori di Carpino rappresentano un segnale forte in contrapposizione alla globalizzazione che tutto appiattisce.”

Ci sono strade non ancora intraprese per arricchire di ulteriori elementi lo slancio di consapevolezza, riguardo alla storia negata e ai nostri valori positivi, che si coglie in tutto il Mezzogiorno?

“Io non lo so; non ho una strategia; il mio è un istinto. Trent’anni fa, scrissi Brigante se more, diventato l’inno che mancava al Sud, così come oggi ho pubblicato la raccolta Questione meridionale, che sta avendo un successo notevole: un canto che influisce sulle coscienze vale più di una conferenza o di un dibattito, per seminare. Tuttavia, c’è ancora tanto da fare e, per quanto riguarda la musica, sul piano artistico, i modelli che prendiamo dal passato devono servirci per sviluppare un linguaggio per dire cose di oggi.”

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