Le larghe intese, il partito padronale e il tradimento dei gerarchi fascisti

La storia è stata scomodata spesso, ultimamente, per fare digerire agli italiani, o a una parte di essi, il governo delle larghe intese, diretta continuazione dell’esecutivo dei tecnici, guidato da Mario Monti, sotto l’egida del rieletto presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano. Politici, giornalisti e altri si sono spesi, non poco, nel rievocare momenti della storia patria in cui, alla luce di determinate condizioni, nacquero alleanze politiche anomale.

Inutile dire che questo tentativo lo hanno rigettato in tanti. Un conto – sostengono – è l’alleanza tra le forze antifasciste (comunisti, democristiani, socialisti, azionisti ecc.) che parteciparono alla Resistenza e che ebbero il compito di fondare la democrazia italiana, alla fine della guerra, o l’attenzione che Aldo Moro ebbe nei confronti delle istanze che giungevano dal Partito Comunista guidato da Enrico Berlinguer, sempre più distante da Mosca, mentre l’Italia attraversava gli Anni di Piombo e una grave crisi economica, e un conto è dare vita a patti di governo che includano forze pesantemente responsabili dei problemi in cui affonda il Paese, con un Berlusconi sotto processo e ora addirittura condannato all’ultimo grado di giudizio per frode fiscale.
La storia, insomma, non deve essere intesa come lo scaffale di un supermercato dove ognuno prende quello che gli serve, per giustificare strumentalmente le scelte di oggi. Il passato ci insegna, o dovrebbe insegnarci – dipende dalla considerazione (spesso nulla) che rivolgiamo agli eventi che abbiamo alle spalle – a non commettere gli stessi errori e a prendere spunto riguardo ai comportamenti da assumere nel presente.
Il presente, il nostro, è gravido di tensioni, ambiguità e minacce alla governabilità che il Quirinale, il premier Letta e l’Europa vivamente raccomandano di difendere.
Ma la destra populista non ci sta, dopo la sentenza della Cassazione fa quadrato attorno al leader; spara con l’artiglieria pesante delle sue televisioni; lancia editoriali infuocati dai suoi giornali. Il capo non può essere condannato – e quindi non è colpevole – perché gode della fiducia di milioni di elettori, è il mantra che ripetono all’unisono.
E, allora, torniamo a consultare la storia, senza usarle violenza, sia chiaro, ben sapendo come siano andati i fatti.
Nella notte tra il 24 e il 25 luglio 1943, Giuseppe Bottai, esponente di primo piano del Fascismo, accanito sostenitore delle leggi razziali, durante la seduta del Gran Consiglio fu tra i diciannove firmatari dell’ordine del giorno, presentato da Dino Grandi, che portò alla destituzione di Mussolini. Bottai annotò nel suo diario: “Il nostro dovere ci ha messo a un bivio tra Paese e Partito, tra Italia e Regime, tra Re e Capo”.
L’angoscia per le sorti della patria che si impadronì di alcuni di quei gerarchi, gente che era stata tutt’altro che santa, complice di misfatti orrendi – la guerra ormai persa, le bombe sulle città (anche su Roma) con la morte di migliaia di innocenti, gli alleati già sbarcati in Sicilia – rappresentò quasi un segno di redenzione. E sapevano che avrebbero potuto pagare a caro prezzo il loro dissenso. Infatti, arrivò il processo di Verona.
Un episodio, quindi, da cui i barricaderi di oggi, militanti di un partito padronale, forse, dovrebbero trarre doveroso insegnamento, se pensano di amare sinceramente questo Paese. Che va in pezzi.

dallaterrallaluna

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