Un secolo fa, Mussolini fondava il fascismo che avrebbe cancellato le libertà

Il 23 marzo 1919, un secolo fa, Benito Mussolini fondò i Fasci italiani di combattimento, nel corso di un’adunata con i suoi seguaci, in una sala del circolo dell’Alleanza industriale e commerciale, gestito da un noto imprenditore interventista, Cesare Goldmann, al primo piano del civico 9 di piazza San Sepolcro, a Milano. Quel movimento, in seguito, sarebbe diventato il partito nazionale fascista. La sera del 21 marzo, era stato frettolosamente costituito il Fascio milanese di combattimento.

L’assemblea del 23, che si protrasse per tutta la giornata, sotto la presidenza di Ferruccio Vecchi, capitano degli arditi, non fu molto affollata, alcune decine di persone, secondo gli storici; e fu a mala pena menzionata dalla stampa nazionale. Vi parteciparono futuristi, presente Filippo Tommaso Marinetti, repubblicani, socialisti, anarchici, liberali di diversa ispirazione, cattolici, reduci della Grande guerra; tra quella gente, c’era chi ancora non aveva chiaro l’obiettivo che la nuova forza politica dovesse avere. Del resto, anche il futuro Duce del fascismo non si era del tutto allontanato dalla sua identità socialista, benché osteggiasse apertamente il vecchio partito di origine, con accenti sempre più nazionalisti, anti bolscevichi ed espansionistici, in accordo con la polemica sulla “vittoria mutilata” che aveva in Gabriele D’Annunzio uno dei più vigorosi interpreti. In quei giorni, un giornalista inglese scrisse che Mussolini voleva fare la rivoluzione; ma, a causa delle sue idee confuse, non si capiva bene quale rivoluzione intendesse fare.

Secondo i presenti, la riunione di piazza San Sepolcro, durante la quale il promotore fece due interventi, si concluse con l’approvazione di un programma. In realtà, molti dei contenuti del programma del nascente movimento presero corpo nei mesi successivi; e furono regolarmente illustrati dal Popolo d’Italia, il giornale fondato da Mussolini alla vigilia della guerra, che, da “quotidiano socialista”, il 1° agosto 1918 era diventato il “quotidiano dei combattenti e dei produttori”, una nuova e ambigua autodefinizione per rivolgersi al popolo della trincea e agli operai, che, però, non escludeva il capitalismo imprenditoriale.

Proprio il Popolo d’Italia, il 18 marzo, aveva scritto: “Ciò che differenzia i partiti non è il programma: è il punto di partenza e il punto di arrivo… Noi partiamo dal terreno della nazione, della guerra, della vittoria… Vogliamo l’elevazione materiale e spirituale dei cittadini italiani (non soltanto quelli che si chiamano proletari…) e la grandezza del nostro popolo nel mondo. Quanto ai mezzi noi non abbiamo pregiudizi: accettiamo quelli che si renderanno necessari: i legali e i cosiddetti illegali”. E ancora, il 23: “Noi ci permettiamo il lusso di essere aristocratici e democratici; conservatori e progressisti; reazionari e rivoluzionari, legalitari e illegalitari, a seconda delle circostanze di tempo, di luogo, di ambiente”.

I fascisti, che si dicevano libertari, volevano una radicale trasformazione della società; reclamavano la terra per i contadini, l’autonomia regionale e comunale, la rappresentanza operaia nelle fabbriche, un’imposta progressiva sul capitale, un minimo salariale garantito, un inasprimento delle tasse a carico dei più ricchi, il voto alle donne; propendevano per l’abolizione del Senato, che era di nomina regia, dei titoli di casta, della polizia politica, della leva obbligatoria; chiedevano la confisca dei sovraprofitti di guerra, la libertà di stampa, di pensiero, di religione e altro ancora. Inoltre, si dichiaravano contro la monarchia e contro la chiesa. Presto, il capo del fascismo avrebbe cambiato idea su ogni punto.

I fasci di combattimento, dal capoluogo lombardo, si diffusero rapidamente, arrivando fino a Roma e Napoli; ma, nonostante fosse totale il disprezzo che Mussolini nutrisse per la classe dirigente liberale, considerata corrotta e inetta, i socialisti rimanevano l’obiettivo principale dei suoi veementi attacchi. Una battaglia che, a un certo punto, sfociò nelle minacce e nello scontro fisico. Infatti, il 15 aprile, mentre Milano viveva giorni di tumulti e di sciopero generale, vi furono anche dei morti, i fascisti attaccarono e devastarono la sede dell’Avanti, l’organo del Partito Socialista, in via San Damiano. Fu la prima azione dello squadrismo.    

Alle elezioni politiche del novembre 1919, i fascisti, tuttavia, subirono una sconfitta; a Predappio, dove Mussolini era nato nel 1883, non racimolarono nemmeno un voto; al contrario, in tutta Italia, larga fu la vittoria dei socialisti, che divennero il primo partito su scala nazionale. Nei mesi che seguirono, Mussolini ebbe chiaro quale fosse il ruolo che gli competeva per raggiungere il potere; e si mise a capo della reazione borghese per contrastare l’avanzata socialista, con un ricorso frequente alla violenza, favorito dall’atteggiamento benevolo delle forze dell’ordine.

Dopo la Marcia su Roma, i pochi partecipanti alla riunione di piazza San Sepolcro diventarono persone benemerite; ma furono, guarda caso, centinaia quelli che riuscirono a fare aggiungere all’elenco il proprio nome. Essere sansepolcristi, nell’Italia del nuovo regime, significava avere accesso a privilegi, onori e ottimi stipendi.

dallaterrallaluna

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