Ascoltiamo il grido di dolore dei suv

Dalla loro comparsa, i veicoli con motore a scoppio hanno impiegato poco a caratterizzarsi per le esigenze che dovevano soddisfare. Così, in anni rivoluzionari per la mobilità individuale e collettiva, sulle strade spuntarono mezzi di variegata tipologia.
Il viaggio in pieno comfort, roba da ricconi, fu assicurato da berline lussuosissime, si pensi alle monumentali Rolls Royce, Hispano Suiza, Isotta Fraschini e Bugatti Royale; il moltiplicarsi delle competizioni, in un’epoca che esaltava e sfidava la velocità, forgiò la linea di spider e coupè; autocarri leggeri e pesanti superarono il treno per il trasporto rapido delle merci. E la catena di montaggio completò l’opera, dando impulso alla motorizzazione di massa, con l’immissione sul mercato di automobili più economiche. Infine, le operazioni militari indicarono l’urgenza di poter percorrere terreni impervi con meno difficoltà, battezzando, di fatto, l’idea del fuoristrada.
La storia – per sommi capi – è andata così. Il mondo a motore, dalle highway americane alle autostrade europee, dalle piste del deserto a quelle della savana, dai tornanti di montagna alle steppe asiatiche, si è mosso in questo modo, allargando i confini delle relazioni tra gli uomini.
Ma cosa è successo quando l’industria automobilistica, nell’era del consumismo più sfrenato, ha ingenerato gusti e bisogni inediti, complici i grandi mezzi di comunicazione, a cominciare dalla televisione? Le strategie pubblicitarie hanno aperto la strada a veicoli di nuova concezione. Rivisitazioni di grandi miti, come il Maggiolino, la Mini, la Cinquecento, pur facendo storcere il naso ai puristi, ancorati al fascino degli originali, hanno incontrato l’apprezzamento del pubblico.
Tuttavia, a dominare la scena e le strisce d’asfalto è arrivato il suv (sport utility vehicle), diventato, nelle versioni mastodontiche, subito una creatura feticcio della superiorità su gomma e terribilmente alla moda.
Il suv è un mezzo che potremmo definire canagliescamente innaturale. E’ un frankenstein della meccanica e dello stile automobilistico, un ibrido tra il fuoristrada e la vettura più o meno di lusso, scaturito da necessità che nessuno avvertiva prima. E quasi nessuno lo usa per fare off-road, perché deve rimanere sempre bello pulito.
Chi viaggia in suv enormi, guarda il mondo da un’altra prospettiva; e pare felice di poter pensare e dire “io ce l’ho e voi no”, come tutti gli status symbol. Quando dal retrovisore scorgi uno di quei cosi esagerati divorare l’orizzonte, con l’incedere minaccioso che richiama alla mente l’attacco degli elicotteri di Apocalypse now, ti aspetti solo di sentire le note della Cavalcata delle Valchirie di Wagner e, magari, il tipo al volante, nascosto dietro ray ban a specchio, che, mentre ti sorpassa, sogghigna, sprezzante, qualcosa di simile a, per rimanere alla pellicola di Coppola, “amo l’odore del napalm, la mattina presto; profuma di vittoria”.
Un altro momento in cui i normodotati vanno decisamente ko rispetto ai suvdotati è quando ci si ferma al semaforo, d’estate. Mentre, sotto il sole, sei nella tua utilitaria con il finestrino aperto e un rosso stalinista che non accenna a diventare verde, ti affianca un bestione – abitacolo superclimatizzato a latitudini finlandesi e vano motore all’equatore – che, a cinque centimetri dal tuo sportello, ti spedisce addosso un monsone di calore orrendamente fetido di gasolio o benzina. La legge del suv non perdona, e non puoi nemmeno rimanere attaccato ai suoi scarichi, perché, quello, riparte come un jet, lasciandoti, in una nube di fumo, a riflettere sulla tua misera condizione di essere inferiore, aggrappato a un piccolo, ansimante quattrocilindri scarburato.
E sì, il suv è un vero portento; divoratore di marciapiedi; impavido amante della corsia di emergenza; mette l’ansia ai conducenti di tram e bus, chiamati, spesso nel caotico traffico delle metropoli, ad arrestare la corsa o a tentare manovre impossibili per evitare di finirci contro.
Il suv porta in un’altra dimensione; sprigiona incredibile energia; è uno stupefacente su gomma. E quando viene parcheggiato, lui rimane lì fedele ad aspettare, pronto per un’altra, avvincente scorribanda.
A nessuno, però, viene in mente cosa pensi, quel povero macchinone, riguardo a chi si mette al suo volante. Scommettiamo che il suv sotto le dure lamiere possiede un cuore e che ha solo l’ambizione di rispettare i limiti di velocità e i divieti di sosta; dare la precedenza a tutti; arrestarsi dolcemente per lasciar passare la vecchina sulle strisce pedonali; andare a prendere i bimbi all’asilo o a scuola senza fermarsi in doppia fila; e sui giornali vuole finire nella pagina dei motori e non in quelle della cronaca? Lui non ce lo dirà mai, però potrebbe essere stufo di vedersi considerato come una protesi in acciaio di ego irritanti e smodati.
Facciamo uno sforzo e ascoltiamo il suo sommesso grido di dolore.
Ha l’aria da duro, il suv. Ma siamo sicuri che le gocce che cadono dai fari, a volte, sia solo pioggia?

dallaterrallaluna

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